33,3 – Il sorpasso

Il Ponentino soffiava lieve tra le fronde dei pini marittimi, rinfrescando l’ormai già aria estiva di fine giugno. La nubi rosate avvolgevano come seta il cielo sopra la Capitale, stranamente tranquilla. All’orizzonte il rosso del tramonto. Sembrava più che mai una metafora per il Maresciallo, dopo quello che era successo il giorno prima, quasi un presagio per il futuro. Stava trascorrendo in beatitudine gli ultimi atti di quel giorno così particolare lì, nella Villa in cui aveva passato l’infanzia. Successivamente la Guerra. Poi la ricostruzione, un nuovo nemico, nuovi alleati a cui confidare tutto. La salvaguardia nazionale era passata anche tra le sue mani. Aveva cominciato come soldato semplice, poi una straordinaria carriera. Quello che ricordava con più piacere però erano gli anni da agente. Ancora ricordava il suo nome in codice, con malinconia. Aveva sempre dato tutto, non si era mai sottratto ai suoi doveri, trascurando i sentimenti e la famiglia. Le missioni all’estero, i casermoni sovietici di Berlino Est che minacciavano l’Occidente, la paura dei “sigari” cubani, la conquista dello spazio.
“Niente di più inutile, solo per capire chi ce l’avesse più lungo” sbuffava, mentre gli tornava tutto alla memoria. Aveva vissuto il periodo più caldo di quel conflitto, tra servizi segreti e spie, ricco di continue tensioni. Nulla era stato “freddo” di quella guerra, anzi: la fine del mondo non era mai stata così vicina.
E poi il suo Paese, ancora in fermento, ancora sofferente. Anni interminabili di terrorismo politico. Il maresciallo lo conosceva molto bene.
“Forse abbiamo sbagliato… ma andava fatto.”, rifletteva tra sé, sospirando.
L’appuntamento a Forte Braschi sarebbe stato a breve. Prese la giacca, la scosse facendo cadere gli aghi dei pini conficcatesi nel tessuto, l’appoggiò sulla spalla e si diresse verso l’uscita della Villa. Pensava a sua figlia, alla sbandata che aveva preso per quel comunistello di chissà quale centro sociale. Forse aveva reagito in maniera troppo veemente.
“Ha patito la mia assenza, aveva bisogno di me. Le serviva un padre, non un generale. Ma mai, mai e poi mai un comunista in casa mia!”. Se lo ripeteva mentre il passo si faceva sempre più veloce. Lo attendeva un appuntamento importante. Il non più nuovo alleato lo stava aspettando. I risultati del giorno prima avevano sconvolto lo status quo. Eppure il maresciallo se lo aspettava, e non era l’unico. Ma un risultato del genere non poteva passare inosservato allo zio Sam. Non in un momento così delicato e decisivo.

L’odore viziato di quel luogo lo nauseava sempre. Le ventole dei computer, rumorosamente, accompagnavano il suo incedere verso la 2311. Il caldo era soffocante. Già voleva tornare al refrigerio dei colli.
In quella stanza si davano appuntamento ormai da anni lui e il Sergente delle Forze americane in Italia, Travis Mcllroy. Appassionato di donne e buon cibo, Travis, in fin dei conti, era un buon irlandese dalla stazza più tozza che robusta, con i suoi radi capelli arancio cocuzza e la pelle butterata degna di un quattordicenne onanista. Aveva studiato alla Sapienza, presso la facoltà di Scienze diplomatiche.
“La mia carriera universitaria? Una copertura. Solo grandi mangiate e scopate!” sbottava con risate fragorose, facendo vibrare il grasso molle del ventre. Era sposato, ma la fedeltà non era il suo punto di forza. “Amo mia moglie e l’amerò sempre, come la mia Patria. Questa, però, è una questione di cuore. Il cazzo è completamente un’altra cosa!”. Per il Maresciallo era diventato un ospite abitudinario. Così, col tempo, erano diventati amici oltre che “colleghi”, nonostante le differenze di pensiero. Avrebbe voluto salutarlo.
Nel corridoio incontrò il Colonello Mariani. Tra i due non correva buon sangue. In fondo il 1981 non era ancora troppo distante.
“Maresciallo Furlani, il Sergente Maggiore Hoder la sta già aspettando. Da tempo.”
“Avevo impegni a casa, colonello. Hoder?”
“È il nuovo sergente incaricato dalle forze statunitensi per l’Italia.”
“E Mcllroy? Non credevo fosse così anziano per la licenza…”
“Infarto. È morto al San Camillo cinque giorni fa.”
Il Maresciallo non ebbe alcun sussulto. Rimase in silenzio per qualche secondo. Guardò in basso. Dentro di sé sentì formarsi un abisso, nel quale inesorabilmente stava sprofondando. Tornò con lo sguardo lucido verso il colonello.
“Periodo di funerali questo, eh?”.
Non poteva esserci uscita peggiore. Mariani aggrottò la fronte ma non rispose.
“Tenga questi documenti, Maresciallo. Li consegni al Sergente. Riguardano le elezioni.”
Entrò nella stanza. Le veneziane ingiallite rendevano il grigio delle pareti ancora più deprimente. Negli ultimi tempi non se ne accorgeva più di tanto. Oggi però era diverso.
Hoder era smilzo, capelli biondi con tanto di riga a sinistra, occhiali più grandi del viso, orecchie minuscole. Un soldato modello che aveva fatto successo. Il tipico individuo che dà solo noie, insomma.
“Un po’ in ritardo, Maresciallo Furlani?”
“Desolato, Sergente…  Hoder, giusto?”
“Thomas Hoder, sì.”
“Origini tedesche?”
“Americano. Al cento per cento.”
Il Maresciallo aveva già capito che tipo si trovava davanti. Erano finiti i tempi delle risate, delle battute sconce, della cordialità. Gli mancava quel figlio di puttana di un irlandese!
“Mi ha convocato per i risultati delle elezioni europee, giusto?”
“Esatto. Gli Stati Uniti sono preoccupati. Capirà, è un evento straordinario.”
“C’era d’aspettarselo.”
“Maresciallo, per la prima volta in un Paese nostro alleato i comunisti costituiscono il primo partito, superando le forze democratiche. Lei sa quanto è importante per noi l’Italia, quanto è rischioso che le influenze dell’Est si avvicinino sempre più al resto dell’Europa, specialmente adesso.”
“Sono elezioni europee, Sergente! Inoltre saprà che pochi giorni fa è morto il loro leader.”
“Lo so. Almeno una buona notizia.”
Il Maresciallo non commentò l’uscita infelice del Sergente.
“Comunque, lei sa la situazione infuocata che c’è in Libano e nel Nord Africa. Non possiamo permettere che i comunisti abbiano il controllo delle coste mediterranee. Bisogna intervenire, lei sarà d’accordo.”
Il Maresciallo si fece cupo. Improvvisamente la gioventù gli scorse davanti.
“Intervenire? Come in passato?”
“Cosa intende?”
“Sa benissimo a cosa intendo, Sergente. E so anche quanto lei sia giovane.”
Il Sergente Hoder osservava spiazzato.
“Maresciallo, credo di non capirla.”
“Il mio Paese ha già sofferto troppo. Il terrorismo ha causato troppe vittime innocenti. E abbiamo ancora la minaccia dei brigatisti. Non è il caso d’intervenire in alcun modo. Io ho visto cosa sono questi “interventi”, gli ho vissuti sulla mia pelle. Mi perseguitano ancora di notte, sono demoni che non mi lasciano dormire.”
“Gli Stati Uniti tutto vogliono tranne che la sofferenza dei propri alleati.”
“Gli Stati Uniti non hanno ancora capito, o, almeno, lei non ha ancora capito, caro Sergente, che questo è stato il canto del cigno. Non sono morti solo Andropov e Berlinguer. È morto l’intero sistema.”
Hoder a ogni parola del maresciallo rideva nervosamente, riposizionando di continuo gli occhiali sul naso.
“Quindi l’Unione Sovietica non sarebbe più una minaccia? Lei è fuori dalla realtà, Maresciallo. Dopo Andropov c’è Cernenko. E dopo Berlinguer, in Italia, ci sarà qualcun altro. Il comunismo è arduo da estirpare!”
“Sergente Hoder, lei mi sa che soffre di eccessivo mccartismo. 33,3% contro il 32,9 della DC. Alle prossime elezioni vedrà che tutto sarà tornato alla normalità. È passato troppo poco tempo. Ha visto il funerale? Un milione di persone. Berlinguer era apprezzato anche dai suoi avversari, amato anche al di fuori del PCI. Ha fatto parte della storia di questo Paese. L’Italia è facilmente condizionabile sul momento, ma ha la memoria corta. Cerchi di tranquillizzare i suoi superiori. La Guerra Fredda sta finendo. Il Comunismo sta morendo. Ci sono nuovi nemici da affrontare adesso.”
Hoder tornò serio. Appoggiò i gomiti sul tavolo, avvicinandosi al maresciallo.
“Gli Stati Uniti vogliono solo la sicurezza dei propri cittadini e dell’Occidente intero. Non siamo mostri, non agiamo per primi: siamo previdenti. Siamo andati vicinissimi a una guerra atomica, e non per colpa nostra. E lei ben sa quanto l’Italia, nostra fedele alleata, sia stata fondamentale, per il mantenimento della pace. Maresciallo, non dimentichi l’importanza del nostro rapporto.”
Il Maresciallo si grattò la testa. Non aveva voglia di rispondere. Non aveva voglia di avere a che fare con quell’uomo.
“Senta, Sergente, ho servito il mio Paese, sempre. Forse, ad un certo punto, i servizi segreti delle nostre due nazioni hanno dato vita a uno Stato parallelo, che doveva raggiungere accordi con le parti più oscure. Lo abbiamo fatto per uno scopo comune: sconfiggere il Comunismo e preservare le nostre identità di libertà e democrazia. Non so se lo abbiamo fatto in maniera giusta, ma doveva esser fatto. Ora però non me la sento. Ora desidero far parte dello Stato reale. In questi mesi alcuni magistrati, a loro rischio e pericolo, stanno contrastando un tumore vecchio di secoli, che s’impadronisce continuamente della vita della nostra gente, delle nostre imprese, della nostra Italia. È questo il nemico che voglio sconfiggere adesso. La collaborazione tra le nostre intelligence non cesserà mai, ma voglio solo dirle di andare dai suoi superiori e tranquillizzarli. Perché capirà presto che Cernenko non è altro che un vecchio rimbecillito e che nessuno, qui, potrà prendere l’eredità di Enrico Berlinguer.”
Hoder aveva ascoltato con una certa sufficienza. Era palese che non aveva alcuna voglia di confrontarsi. Non lui, facente parte della Nazione più potente del Mondo.
“Lei era amico del Generale Musumeci, vero?”
Il Maresciallo sbiancò. Le mani cominciarono a sudargli. Stava ricominciando, di nuovo, l’incubo.
“Ho lavorato insieme a lui qui al SISMI, come con tanti altri. Niente di più.”
Hoder tirò fuori una sigaretta. Si alzo e cominciò a camminare avanti e indietro, mentre cercava i fiammiferi. Sembrava un commissario di polizia. Il Maresciallo, invece, un sospetto.
“Sa, Maresciallo Furlani, non c’è da vergognarsi. Il suo stesso Presidente del Consiglio ha detto chiaramente che il processo contro la P2 mischiava farabutti con galantuomini. Anzi, molti di questi “galantuomini” hanno appoggiato la nostra battaglia. Sono nostri amici, perché hanno il nostro stesso nemico. Come vede, anche se giovane, conosco abbastanza le vicende del vostro Paese.”
La camicia del Maresciallo era fradicia. Non era solo l’afa romana di fine giugno.
“Sergente Hoder, la tengo a informare che il mio nome non è presente su codesta lista. Abbiamo già epurato chi di dovere. Per il resto credo che il discorso sia inopportuno e controproducente.”
Hoder era già a metà della sua sigaretta. Annuì, capendo di non poter più trarre qualcosa da quella conversazione, ma era consapevole di aver ripreso di nuovo il controllo sulle trattative.
“Ha ragione, Maresciallo. E capisco anche le sue convinzioni su questi ultimi avvenimenti. In effetti è ancora troppo presto per fare dei programmi. Ma so che i nostri futuri dialoghi si riveleranno fruttuosi. Nei prossimi giorni le verrò a far visita. In bocca al lupo per tutto!”.
Il Maresciallo rimase per un po’ a riflettere. Era stato un rimprovero o una minaccia? Aveva sbagliato? O doveva tornare sui vecchi binari?
“Mai deludere un vecchio amico”, pensò amaramente.
Si mise la giacca, nonostante la camicia bagnata di sudore, e uscì da quella “stanza dei segreti”. I demoni del recente passato lo avrebbero ancora torturato a lungo.

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Venuto da fuori

Praça do Comércio era insolitamente deserta. Erano le tre del pomeriggio. Il sole, torrido, rendeva il marmo bianco ancora più accecante del solito. Una sorta di fuliggine polverosa si alzava dal monumentale arco che dava sulla piazza, rendendo impossibile lo scorgere dei particolari che tanto lo decoravano.
Andrew Fink non sopportava il caldo. Lui, inglese, aveva la pelle delicata, non poteva esporla troppo al sole portoghese. Alto, magrissimo, aveva degli occhiali da sole che gli coprivano metà volto. Il cappello, una sorta di borsalino color terra d’Umbria, si accostava in maniera ridicola con la polo bianca Paul&Shark che indossava. Sudava, e parecchio. Aveva bisogno di ombra, ma lì era una vera e propria spianata desertica.
“Vuole che torniamo in rua Augusta, signore?”
La sua guida, Luís, avrà avuto al massimo 16 anni, ma si spacciava per maggiorenne. Fink aveva avuto a che fare con i ragazzi, capiva subito quando la sparavano grossa. Non gli andava però di perdersi in discussioni. In fondo era un ragazzo gentile e servizievole.
“No, sto bene qui. E non chiamarmi signore.”
“Sta sudando, ha tutta la polo bagnata, signore. Si sente bene?”
“Luís, ti prego…”
Continuavano a camminare nella Praça, sempre più vuota, sempre più silenziosa, sempre più assolata.
“È sempre così qui? Non c’è mai nessuno?” disse l’inglese, incuriosito ma anche scocciato dalla tremenda canicola che si stava abbattendo su di lui.
“No, anzi! È la piazza principale. Ma sa, è la prima domenica di agosto. E poi l’ora…”
“Meglio così! Un po’ di pace.”
Fink odiava i turisti. Li detestava, anche se lui in quel momento lo era. Si era preso una giornata libera dopo quei tre giorni di meeting svoltisi a Oriente, il quartiere dell’Expo, “ore perse” diceva lui, “a ciarlare su come bisogna fare il nostro lavoro!”. Non amava neanche le architetture moderne di quella zona, “sembrava di essere in una Brighton futuristica, che gran schifezza!”, ripeteva.
Andarono nei pressi della grande statua equestre di Dom José, che svetta al centro della piazza con mesto orgoglio. Lì, seduto ai piedi del monumento, un anziano signore ammirava il Tago, che si apriva dinanzi al molicciolo. Non cambiava posizione, non volgeva gli occhi. Non si era neanche accorto dell’arrivo dell’inglese e della sua guida. Sembrava fuori dal mondo.
Andrew restò a lungo a fissarlo. Sembrava ipnotizzato da quella figura. Non era altro che un vecchio quasi calvo con una barba spelacchiata. Eppure c’era qualcosa in quello sguardo che lo affascinava e lo inquietava allo stesso tempo. Il vecchio sospirò.
“Luís,” chiese Andrew, “cosa fa quell’uomo?”
“Guarda il Tago.”, rispose con naturalezza il giovane.
“Questo lo avevo immaginato, ma perché in quel modo? Non distoglie mai la vista, sembra una statua… sospira.”
Il ragazzo sapeva benissimo cosa stava facendo quel vecchio. Lo sapeva perché era portoghese. E poteva capirlo solo chi era nato lì.
“Signor Fink, ognuno ha il suo modo di guardare. Lasci stare. C’è un bel quartiere qui vicino, pieno di localetti, in rua de São Paulo, volete che vi accompagni? Magari può prendere un bel sumo fresco…”
“No, Luís, sto bene qui. E lo dico un’altra volta, non chiamarmi signore. Chiamami Andrew, piuttosto.”
Il vecchio era ancora lì. Neanche un movimento.
“Voglio sedermi accanto a lui, Luís. Ti dispiace?”
Luís sembrava sconsolato. “Come desidera, anche se la considero una perdita di tempo. Vado a prenderle qualche sumo piuttosto e una bottiglietta d’acqua, la vedo disidratato. Mi aspetti qui.”
Il giovane corse via, rapido, verso la rua. Dimostra una fretta insolita, pensò il signor Fink.
Si sedette al fianco del vecchio, che non fece alcun cenno. Restò immobile, ancora.
“Buongiorno, sir!”, Fink alzò il cappello, mostrando tutta la sua buona educazione britannica.
Il vecchio non rispose. Forse non capisce l’inglese, in effetti ha la sua età, riflettè Fink.
Bom dia, senhor!”, esclamò con un accento orribile, pieno d’incertezze.
“Lasci stare la mia lingua, sir”, rispose infastidito il vecchio.
“Ah, allora parla inglese! Meglio, sarebbe stato imbarazzante…”. Fuoriuscì con una risatina nervosa.
“Ho insegnato a Winnipeg, in Canada. Direi che me la cavo.”
A Fink piaceva parlare, specialmente con la gente del posto. Certo, in inglese e basta, ma gli piaceva confrontarsi. Quel vecchio poi, secondo lui, nascondeva un segreto.
“Ah, in Canada!”, continuò Fink, “un portoghese in Canada! Immagino lo shock per il clima.”
Il vecchio, seppur seccato, aveva distolto ormai lo sguardo dal Tago. Senza volerlo era nel pieno della discussione con quell’allampanato forestiero.
“Senta, cosa vuole? Non voglio essere rude con lei, ma avrei desiderato starmene da solo, qui, per un po’ di tempo…”
“Oh, mi scusi” Fink si alzò immediatamente, da vero gentleman, “non intendevo disturbarla. Sa, sono un gran chiacchierone…”
“Lasci stare, lasci stare. Ormai il momento è andato. Se vuole può restare.”
Fink si risedette. Il vecchio lo squadrava con occhio pigro.
“Inglese?”
“Del Sussex.”
“Pazzesco, siete sul mare eppure siete pallidi come baccalà.”
Fink si mise a ridere. “Eh sì, non saremo scuri come voi, ma con le navi abbiamo una certa dimestichezza!”
“Anche noi, anche noi, un po’ di tempo fa…”
Il vecchio abbassò lo sguardo. Improvvisamente divenne pensieroso, meditabondo. Si volse nuovamente verso le acque del Tago. Fink rivide di nuovo quello sguardo che tanto l’aveva colpito. Era spento, privo di luce, ma intenso.
“Lei è di Lisbona?” riattaccò Fink.
“Purosangue, dell’Alfama.”
“E’ un quartiere qui vicino?”
“Sì, ma non ci vada. Non è più come una volta. Ora è una trappola per turisti.”
“Ed era bello ai suoi tempi?” continuò l’inglese, curioso come un bambino. Era rimasto colpito da quell’anziano signore, da come parlava, da come, malinconicamente, respirava con gravezza.
“Era il più bel quartiere del mondo”, rispose con lampante sincerità il vecchio.
“Lo dice con una nostalgia incredibile. Eppure la sua città è ancora bellissima.”
Il vecchio si voltò di colpo verso Fink. Sembrava offeso.
“Nostalgia? Si vede che lei viene da fuori! Io non sono nostalgico, non sono malinconico. Io so quello sono stato, e anche ciò che non sono mai diventato. So quello che ho vissuto! E so che non tornerà mai più.”
Fink rimase in silenzio per un po’. Non si aspettava quello sfogo, non da quell’anziano così placido e tranquillo.
“Mi scusi se…”
“Invece di scusarsi stupidamente”, riprese il vecchio, “stia in silenzio e faccia come me. Guardi il Tago, e basta. Anche se molto probabilmente non capirà”.
Cosa dovrei capire? Perché mi son seduto vicino a questo vecchio pazzo? Si domandava sempre più spaesato Fink.
Fece comunque come gli diceva il vecchio. Guardò davanti, oltre il molicciolo, verso il Tago. Guardò lo scorrere delle sue acque, lente. Guardò le navi che lo attraversavano. Guardò e cominciò a vedere qualcosa di diverso, di mai visto prima, di mai affrontato. Il vento caldo fece volare via il suo cappello. Non se ne accorse.
Era sconvolto. Bastava davvero così poco? Erano quelle acque? Era quell’aria, quella terra così silenziosa e apparentemente semplice?
Si sentì chiamare più volte. Non ci fece caso. Poi si sentì strattonare. Gli occhi si bagnarono. Dalla sua bocca magra uscirono, debolmente, lievi parole.
“Papà, papà…”
“No, signor Fink, sono io, Luís. Andiamo via.”
Il ragazzino era tornato, con succhi di frutta e acqua in abbondanza. E aveva recuperato il borsalino.
Andrew Fink si alzò, andò via dagli scaloni ai piedi del Dom José. Gli occhiali da sole enormi non riuscivano a nascondere la sua nuova espressione, apparentemente smorzata ma più che mai scossa. Si volse verso il vecchio, in cerca di un saluto o di un banale cenno. Con enorme sorpresa vide che era scomparso.
“Luís, quel vecchio, quel vecchio…” cercò di chiedere nervosamente alla giovane guida, colto da un’angoscia improvvisa.
Il ragazzo lo guardò preoccupato.
“Signor Fink, io ho il compito di farle vedere Lisbona e di riportarla tranquillamente all’hotel. Lei viene da fuori, mi capisce? Non si può ammazzare di saudade, non oggi almeno.”.

La giornata mondiale del niente

No, questo non è un racconto. È una riflessione, cosa che già avevo fatto tempo addietro (andate a vedere “Parigi, Moira e schizofrenia”. Sì, su questo blog. Sì, fa schifo). Stavolta però non mi soffermerò sul terrorismo islamico o sulla morte di eroine del mondo circense,bensì su qualcosa di, apparentemente, più faceto.
Ho scoperto che ieri è stata la giornata mondiale del bacio. Ora, eviterò di commentare questa giornata in particolare, anche perché si creerebbero diverse correnti di pensiero tra i 4 gatti che leggono questo infimo blog. Semmai dovessi criticare cotal scelta, a gran voce molti frustrati in campo sentimentale esclamerebbero:
“Oh sì! Puoi dirlo forte! C**** me ne frega delle slinguazzate? Io ci vomito, sulle coppie!”, mentre, dall’altra parte, arriverebbe un provvidenziale e tremendamente caustico editto, che reciterebbe più o meno così:
“Ao’, France’! Quanto si capisce che qua NUN-SE-SCO-PA?”.
Ed elogiandola, sta giornata, non andrebbe meglio:
“Non è che se scopi ce lo devi spiattellare in faccia, sfigato! Ti vomito addosso!”
“Ma che romantico che sei, A FRO[n.d.R. Mi fermo qui, non sia mai che passi per omofobo. Che poi, semanticamente, cosa cazzo vor di’”omofobo”?!]!”.
Quindi evito. Anche perché, a dir la verità mi interessa più altro, ovvero ciò che viene prima di “bacio”: GIORNATA MONDIALE.
Ora, io di giornate mondiali fino a poco tempo fa ne conoscevo ben poche. Quella della donna, quella della memoria, quella dei lavoratori, quella del papà e della mamma… e d’accordo,fin qui accettabile. Ultimamente la situazione, però, è sfuggita di mano. Non so se anche voi ve ne siate resi conto, ma ogni giorno è la giornata mondiale di qualche cosa, con tanto di coloratissimo e misteriossimo doodle by Google: giornata mondiale dei nonni, della Terra, della poesia, del sonno,del naturismo (assolutamente la mia preferita), del cane, del gatto, del pappagallo, del suricata eccetera eccetera. Sono tantissime, variegatissime, inspiegabilissime, ridicolissime (la “giornata mondiale del pic nic”?! No, dai).
Insomma, mi sento alquanto disorientato. A parte che io ne inventerei anche di più utili, come ad esempio “La giornata mondiale del bestemmione gratuito”. Immaginatevi qual soddisfazione! Diventerebbe subito festa nazionale del Triveneto.
Comunque, tornando alla riflessione: come devo pormi dinanzi a queste giornate? Ad esempio: nella giornata mondiale del bacio posso limonare chi voglio? O è molestia? E se davvero lo fosse, posso limonare il poliziotto che mi porta al gabbio?
E nella giornata della Terra? Devo tirare un calcio in faccia al mio amico che lascia la TV in stand by? Salvare i pinguini dalle ormai sciolte calotte polari? Ringraziare i dolci uccellini che mi svegliano soavemente alle 4 del mattino?
In poche parole: a che servono ‘ste giornate?
“A ricordare”, diranno alcuni. Cosa dovrei ricordare con la “giornata del pic nic” questo poi me lo spiegheranno.
“A farci capire quanto di bello ci propone la vita”, diranno altri. Non credo che la “giornata del neonato prematuro” adempisca a tal scopo.
I miei attivisti preferiti risponderanno:
“Ma guarda che il fine di queste giornate è un altro, caro mio: per recuperare fondi, per questioni delicate e di primaria importanza, per non dimenticare le minoranze, per i diritti civili blablablablabla”
Insomma, tante potrebbero essere le ipotesi, tante le risposte. Ne ho voluta dare una anche io, tanto per affermare qualche altra cretinata e per dare un ben che minimo senso al mio vaneggiamento estivo.
Per il mio personalissimo parere, l’essere umano crea queste mirabolanti giornate del qualcosa per rendere più frizzanti, briose e originali quelle maledettissime 24 ore. Per renderle diverse da quelle precedenti. Per illudersi di ciò. Perché, sissignore, le giornate sono sempre e fottutamente le stesse. Cambia solo l’ora di quando sorge e tramonta il sole. Basta. Poi è sempre la stessa noia, la stessa vita, la stessa merda.
E allora sì! Facciamola pure sta giornata del cane, dai! “Rufis, rufis bello! Vieni qui che è la tua festa, vieni! Al cappio ci penso domani. Sempre che non sia un’altra giornata mondiale…”

P. S. La risposta adeguata a tale conclusione sarebbe: “A Francé! Allora è proprio vero che non scopi!”

P. S. del P. S. Non chiamate il vostro cane Rufis.

 

Sayonara

Funzionale. Così dovrebbe essere la nostra vita. Bisognerebbe solo capire a cosa.
Intanto so che non sto vivendo. Sono in attesa. Sono fermo. Né allegro, né malinconico.
Forse sto esagerando. Forse non è cambiato nulla. Forse è stato tutto un incubo. Anzi, sicuramente lo è stato. Non è possibile che sia avvenuto tutto così velocemente.

“Dio santo!”
“Che succede adesso?”
“Chi ha usato la padella e l’ha lasciata lì, tutta incrostata di schifo?”
“Ora la pulisco.”
“Ci mancherebbe! E poi te ne vai!”
“Ma come?”
“Siamo troppi qui! Tu non fai un cazzo! Quindi via! Una casa ce l’hai!”
“Ma io… ”
“Niente lagne! Te ne vai!”

Perché? Perché mi ha lasciato? Perché non ha riflettuto un po’ di più? Perché ho accettato tutto, senza replicare?
I ricordi sono ancora vividi e freschi, difficile archiviarli nel cassetto. Lei è ancora lì, nella mia testa. Con il suo giubbottino di jeans. Con quella sua solita smorfia da attrice mancata. Perché non se ne va via?

“Sei ancora qui?”
“Guarda che l’ho lavata, la padella!”
“Sì, ma dopo cosa devi fare?”
“Devo pulire qualcos’altro?”
“No, te ne devi andare!”
“Ma perché?”
“Te l’ho già detto! Non sei utile a questo appartamento! Sciò!”
“Quindi non sarei funzionale?”
“Direi proprio di no.”
“Allora sai che ti dico? Me ne vado!”
“Oooh! Finalmente!”
“E non sarò più tanto disponibile, sappilo!”
“Che peccato, mi piange il cuore.”
“Bel ringraziamento il tuo!”
“Dovrei ringraziarti? Per aver scroccato per mesi il nostro cibo?”
“Volevo solo condividere le mie sofferenze con voi. Avevo bisogno di amici dopo quello che è successo… Ero anche disposto ad ascoltare, sempre”
“Dai, stai zitto, ne è passato di tempo! Vai via!”

Perché abbiamo cominciato? Perché quel giorno le ho scritto? Perché mi ha risposto? Perché pur sapendo che non sarebbe durata ci siamo inoltrati per una strada chiusa, sbarrata, senza via d’uscita?
Istinto. Ci siamo fatti guidare dall’istinto. E ora la tanto lodata razionalità ha seppellito il sentimento. Sì, ma di che sentimento si è trattato?
Ora mi cacciano pure loro, quelli che ritenevo amici. Non capisco. Ho sempre fatto quello che mi dicevano. Non ho mai sgarrato. O forse ne sono convinto solo io? Troppe domande. E intanto non sto facendo un cazzo.
Ritorno a casa, ma non quella merdosa che ho qui. Vado a casa, quella mia. Me ne torno nella mia città, dove è iniziato e finito tutto. Dove però ho un conto in sospeso con qualcuno.
Le valigie pesano; sono piene di rimorsi, di livore mai sfogato. Il treno puzza. Io anche. Manco mi son fatto la doccia. Non serve, ormai sono abituato a vivere come un pezzente. Ci sguazzo in questo stato!
Quando arrivo so già cosa fare, dove andare, prima di rivedere quella persona.
Terrazza Mascagni. Sarà piena dei soliti personaggi. Coppiette, vecchiettini, skateboard a iosa. Mica monopattini! Solo skate. Quelli sì che garbano a bestia! Ce l’avevo pure io, lo skate. Mai usato. Però lo avevo. Bisogna seguire il trend. Povero stronzo.
Lì però, su quel pavimento a scacchiera, c’era stato anche altro: il primo bacio con lei. Che banalità, in mezzo a tutti quei pischelli! Lì, anche noi. Chi se li scorda quei denti! Certe legnate… lingue che sbandavano, salivazioni degne del Vajont. Una schifezza, insomma. Accidenti se però mi manca!
Era dicembre, eppure sembrava primavera. Ora è luglio e pare di essere a novembre. Sempre il contrario di tutto, come quello che provo adesso. Rabbia e malinconia. Vigore e fiacchezza.
Ed eccomi, finalmente. Davanti a quella casa in cui ho dormito tra le sue braccia chissà quante volte. Anche quando faceva un caldo africano. Ma niente, dovevo aggrapparmi. E lei bestemmiava. Era bello, tutto sommato.
Studia a Pisa, adesso. Però non si è traferita. È rimasta lì, con i suoi, a Livorno. Almeno, fino a un anno fa era così. Eh sì, un anno…
“Chi è?”
La voce sembrerebbe la sua. Sembrerebbe. Però magari è la sorella.
“Ehm… Vittoria è in casa?”
“Scusi, ma chi è lei?”
In effetti manco mi sono presentato. Peggio di uno stalker.
“Riccardo…”
“Ricky!”
È lei. Ho riconosciuto il tono. Non sembra imbarazzata. Oserei dire che è felice.
“Sali, sali pure!”
Mi aspetta davanti alla porta. È in pigiama.
“Che bello rivederti, Ricky! Scusa se ti accolgo così…”
“Tranquilla.”
Lo confesso, sono io a provare imbarazzo. Io, che sono stato lasciato. Non doveva andare così.
“Allora, come va a Milano?”
“Mah, guarda, solita vita…”
“Ti faccio un caffè?”
È smaniosa, parla un sacco, non sta ferma un attimo.
“Ma sì, dai. Vada per il caffè.”
Chi cazzo me l’ha fatto fare di venire qui? Non so cosa dirle. Eppure ce ne sarebbero di domande da porre! Oggi però ha preso lei l’iniziativa. Chapeau.
“Ho visto tua madre l’altro giorno, sai? Abbiamo parlato un bel po’, mi ha fatto piacere!”
Pure mia madre.
“Ma dai, che cosa simpatica!”
“Le ho chiesto come stavi, perché, sai, è da un anno che non ho più tue notizie!”
Non capisco se lo stia facendo di proposito. Perché tutto ciò è ridicolo.
“Eh già, proprio un anno! A proposito di questo…”
“Insomma, Ricky,  perché non mi scrivi più?”
Non ci credo. È proprio cretina!
“Beh, vale lo stesso anche per te, no?”
Madonna che tono da checca isterica ho usato! Niente, non sono per nulla a mio agio. Lei, invece, è nella sua dimensione ideale.
“Lo so, perdonami. Ma sai, tra Uni, lavoretti, nuove persone… a proposito, ne hai conosciute?”
Certo che ne ho conosciute. Mi hanno pure cacciato. Maledette loro.
“Sì, gente a posto…”
“Anch’io, sai? Sono proprio contenta. Poi ultimamente ho conosciuto questo ragazzo di Roma che… ”
Momento. Non vorrà mica parlarne con me? Non oserà farlo!
“… è interessantissimo. Puoi parlarci davvero di tutto. Sembra superficiale, in un primo momento. Poi conoscendolo meglio scopri che…”
Devo fermarla.
“Vittoria?”
“Sì?”
Mi osserva come un suricata. I suoi occhi sono allo stesso tempo vivaci e inespressivi. Non sta capendo niente.
“Io… non sono…”
“Non sei felice di aver scelto Milano? Immagino. Ti ricordi quando anche tu volevi venire a Pisa?”
Comincio a pensare che stia cercando in tutti i modi di sviare. Non vuole affrontare il discorso. Devo farmi sentire. Ora. O mai più.
“Vittoria, no! Non ci sarei mai venuto a Pisa. Avevo bisogno di aria nuova, avevo bisogno di andare via di casa. Avevo bisogno di nuovi stimoli, di vedere volti nuovi. Avevo bisogno… di allontanarmi da te.”
Non fa alcun cenno. Continuo.
“Perché… insomma, lo sai. Tra noi è finita in maniera strana. Cioè… ”
“Cosa vuoi dire con questo, Riccardo?”
La voce è diventata improvvisamente seria e cupa. Da suricata si è trasformata in lince.

Perché, Vittoria? Perché mi hai lasciato come l’ultimo degli stronzi? Perché non mi hai dato qualche spiegazione? Cosa vuol dire che ti sentivi in prigione? Cosa vuol dire che non aveva senso continuare? Era per la distanza? O c’era altro? Dimmi, Vittoria, perché non sei mai stata sincera con me?

Questo avrei voluto dirle. Questo avrei dovuto domandarle. Ma non l’ho fatto. Non le ho chiesto niente di tutto ciò. Mi son rifugiato nelle solite frasi di circostanza. Ed è finita così.
“Dai, allora ci sentiamo, promesso?”
“Promesso.”
“Fino a quando rimani a Livorno?”
“Credo di salire già domani. Sai, gli ultimi esami… ”
“Capisco, capisco. Son stata bene oggi.”
“Anche io.”
Assolutamente no. Mai stato peggio. Mi son cacato sotto. E ora? Siamo amici. Almeno, lei pensa ciò. Lei si farà sentire? Probabile. Vorrà farmi sapere del suo nuovo ragazzo romano? Più che sicuro. E io? Io no. Io so che non le scriverò. Forse per un altro anno. Forse per sempre.
E allora sayonara.

La rivelazione

L’estate, mai attesa, era giunta. La città si svuotava, lentamente. La gioventù volgeva verso nuovi lidi. La maturità, stanca e appagata, del mondo adulto stava per riprendere l’incontrastato dominio.
Poi c’era lui, apparente nulla, fantomatica figura priva di forma in un universo di apparenze. Lui, soggetto a personalità forti, mai dome, pronte a lasciare la propria firma sul cambiamento. Lui, spettatore di illusioni e sogni. Lui, che lasciava scorrere su di sé l’esistenza.
“Io…”, sussurrò flebilmente. Lo guardarono per un attimo. Dopo mesi prendeva la parola per primo, senza aspettare l’intervento altrui. Lo guardarono, i ragazzi. Attendevano,pendevano dalle sue labbra. Forse per replicare immediatamente e stroncare qualsiasi sua velleità. Forse erano semplicemente curiosi.
“… io…”, continuava a mormorare. Il silenzio era assoluto, tutti si misero in cerchio, attorno a lui, come se si trovassero davanti a un santone orientale, a un oracolo. Nessuno fiatava. Nessuno si muoveva. Fermi, immobili, rigidi nella loro smaniosa voglia di conoscere.
“… io…”, chiuse gli occhi. Chinò il capo. Sentì qualche brusio. Qualcuno era troppo impaziente.
“Tu cosa?”
Dal fondo della stanza si sentì una voce acuta, femminile. Una ragazza, la più spigliata del gruppo, si fece avanti. Interruppe l’atmosfera di trepidante attesa.
Si voltarono tutti, in un primo momento, verso la giovane, poi tornarono con gli occhi vivaci sul “santone”, il quale non aveva fatto alcun cenno. Rimaneva con la testa chinata, gli occhi serrati. Sembrava che stesse meditando. Probabilmente era così.
All’improvviso, come se fosse stato folgorato, si erse, fulmineamente. Gli occhi erano sbarrati, lucidi, enormi. Sul volto contratto si palesava un orrida dentatura ossea, degna d’una belva feroce e predatrice. Le braccia si levarono al cielo, le dita tremavano come secchi ramoscelli di corniolo al vento. Aprì la bocca: fuoriuscì un debole rantolo. I ragazzi attorno indietreggiarono, intimoriti, sconvolti dalla trasformazione di quella figura, prima inesistente, ora più che mai diabolicamente viva.
L’orrido “santone” li scrutò, uno a uno, come se li volesse divorare, come se fossero vittime sacrificali della sua nuova esecranda essenza.
“IO! IO! ORA SO!”
Crollò al suolo. Non si mosse più. Il volto era stranamente rilassato, gli occhi dolcemente chiusi. Come se dormisse. Si sentirono urla, pianti.
Era scappato, senza dire ciò che aveva compreso. Senza riferire a quei giovani assetati quale fosse la verità che tanto cercavano, e che avrebbero continuato a cercare, invano. Era fuggito. Aveva gelosamente conservato quel segreto. Aveva aspettato, era stato paziente. Fu ricompensato.
Molti cominciarono a venerarlo. Le sue spoglie vennero consacrate. Il “santone” divenne divino, portatore di un sapere ancora oscuro, ma fortemente bramato.
L’estate, mai vissuta, se ne andò. Non se ne accorse, non poteva più. Eppure fu protagonista di quella stagione. Lui, esponente del nulla, sul mondo delle apparenze.