La rivelazione

L’estate, mai attesa, era giunta. La città si svuotava, lentamente. La gioventù volgeva verso nuovi lidi. La maturità, stanca e appagata, del mondo adulto stava per riprendere l’incontrastato dominio.
Poi c’era lui, apparente nulla, fantomatica figura priva di forma in un universo di apparenze. Lui, soggetto a personalità forti, mai dome, pronte a lasciare la propria firma sul cambiamento. Lui, spettatore di illusioni e sogni. Lui, che lasciava scorrere su di sé l’esistenza.
“Io…”, sussurrò flebilmente. Lo guardarono per un attimo. Dopo mesi prendeva la parola per primo, senza aspettare l’intervento altrui. Lo guardarono, i ragazzi. Attendevano,pendevano dalle sue labbra. Forse per replicare immediatamente e stroncare qualsiasi sua velleità. Forse erano semplicemente curiosi.
“… io…”, continuava a mormorare. Il silenzio era assoluto, tutti si misero in cerchio, attorno a lui, come se si trovassero davanti a un santone orientale, a un oracolo. Nessuno fiatava. Nessuno si muoveva. Fermi, immobili, rigidi nella loro smaniosa voglia di conoscere.
“… io…”, chiuse gli occhi. Chinò il capo. Sentì qualche brusio. Qualcuno era troppo impaziente.
“Tu cosa?”
Dal fondo della stanza si sentì una voce acuta, femminile. Una ragazza, la più spigliata del gruppo, si fece avanti. Interruppe l’atmosfera di trepidante attesa.
Si voltarono tutti, in un primo momento, verso la giovane, poi tornarono con gli occhi vivaci sul “santone”, il quale non aveva fatto alcun cenno. Rimaneva con la testa chinata, gli occhi serrati. Sembrava che stesse meditando. Probabilmente era così.
All’improvviso, come se fosse stato folgorato, si erse, fulmineamente. Gli occhi erano sbarrati, lucidi, enormi. Sul volto contratto si palesava un orrida dentatura ossea, degna d’una belva feroce e predatrice. Le braccia si levarono al cielo, le dita tremavano come secchi ramoscelli di corniolo al vento. Aprì la bocca: fuoriuscì un debole rantolo. I ragazzi attorno indietreggiarono, intimoriti, sconvolti dalla trasformazione di quella figura, prima inesistente, ora più che mai diabolicamente viva.
L’orrido “santone” li scrutò, uno a uno, come se li volesse divorare, come se fossero vittime sacrificali della sua nuova esecranda essenza.
“IO! IO! ORA SO!”
Crollò al suolo. Non si mosse più. Il volto era stranamente rilassato, gli occhi dolcemente chiusi. Come se dormisse. Si sentirono urla, pianti.
Era scappato, senza dire ciò che aveva compreso. Senza riferire a quei giovani assetati quale fosse la verità che tanto cercavano, e che avrebbero continuato a cercare, invano. Era fuggito. Aveva gelosamente conservato quel segreto. Aveva aspettato, era stato paziente. Fu ricompensato.
Molti cominciarono a venerarlo. Le sue spoglie vennero consacrate. Il “santone” divenne divino, portatore di un sapere ancora oscuro, ma fortemente bramato.
L’estate, mai vissuta, se ne andò. Non se ne accorse, non poteva più. Eppure fu protagonista di quella stagione. Lui, esponente del nulla, sul mondo delle apparenze.

Christian Bale

“Quanto ti devo?”
“Dieci.”
“Quanto?”
“Dieci!”
“E finiscila!”
“Oh, dieci!”
“Ma smettiamola di prenderci per il culo! Quanto?”
“… otto.”
“Ah, ecco.”
“Bon, comunque siamo lì.”
“No, non è dieci!”
“Evvabbé, arrotandavo.”
“Cazzo arrotondi, mica è 9 e 50!”
“Stai calmo, però.”
“No, perché ogni giorno c’è qualche furbata, qualche ruberia!”
“Colpa del sistema.”
“Cosa?”
“Colpa dei poteri forti.”
“Ok, prendimi per il culo quanto vuoi, continua a dimostrare quanto tu sia superficiale.”
“Viva la figa.”
“Ecco. Simpaticissimo.”
“Un uomo entra in un caffé, SPLASH!”
“Basta, non ha senso parlare con te.”
“Aspetta, dove vai?”
“A casa. A casa mia.”
“No dài, fammi compagnia, che son solo.”
“Chissà come mai!”
“Non esser cinico, orsù. Che poi lo sai, mi deprimo.”
“Cerchi di fottermi!”
“Per due euro…”
“Si comincia con due euro e poi…”
“Poi ti fotto la tipa, la casa, la macchina…”
“Smettila! Vuoi che rimanga o no?”
“Sì.”
“E allora basta! Piuttosto… com’è andata ieri sera?”
“Son rimasto qui.”
“Non dovevi uscire con i tuoi colleghi?”
“No, ho cambiato idea all’ultimo.”
“Come mai?”
“Mi stanno sul cazzo.”
“Da quando?”
“Da ieri.”
“Ah però. Cambiamenti improvvisi e repentini.”
“Chi non cambia idea…”
“Puttanate. E che hai fatto allora?”
“Ho guardato un film.”
“Mh… intanto posso farmi un tè?”
“Sì, ma poi lava la tazza.”
“Che film, comunque?”
“American Psycho.”
“Aaaah, filmone!”
“Eh sì, tanta roba Christian Bale!”
“Lo dovrei rivedere, ora che ci penso.”
“Te lo tromberesti?”
“Cosa?! Chi?”
“Christian Bale.”
“CHE COSA?!?!”
“TE LO TROMBERESTI CHRISTIAN BALE?”
“Ho capito e no, che cazzo!”
“Ma come no?”
“Perché dovrei trombarmelo?”
“Beh, è Christian Bale!”
“E che c’entra?”
“Allora: è bello come un dio, è un mostro sacro della recitazione, cambia accento in ogni film, ingrassa, dimagrisce, ingrassa nuovamente, si pompa, si droga… vuoi che aggiunga altro?”
“Sì, ma io sono etero.”
“Anche io.”
“E allora che domande sono?”
“Beh, io me lo tromberei.”
“Hai problemi, problemi seri.”
“Tu ne hai. Con te stesso.”
“Io? Con me stesso?”
“Eh sì, hai visto come ti sei infiammato?”
“Ovvio, spari solo stronzate!”
“Omosessualità latente. Dovresti cominciare ad accettarla, sai?”
“Ma vaffanculo. Ora me ne vado davvero!”
“Dài, si scherza.”
“Tra parentesi, quando uscirai da ‘sta casa?”
“Quando mi andrà.”
“E quando ti andrà?”
“Che ti frega!”
“Vorrei aiutarti.”
“Non voglio aiuto.”
“Allora me ne vado?”
“… no.”
“Vedi? Senti, ho guardato il tempo per questo fine settimana, è bello. Si potrebbe andare da qualche parte…”
“Dove?”
“Sul lago, magari.”
“Che palle il lago, andiamo al mare.”
“Al mare? A febbraio?”
“Eh, qualcosa di alternativo. Il mare d’inverno.”
“Ma scusa, poi dove al mare?”
“Che so, Nizza?”
“Nizza? Ma dista un sacco!”
“Vedi perché non voglio uscire? Mai niente di nuovo, di particolare. Sempre le stesse cose.”
“Non ci andiamo da una vita sul lago.”
“Sì, ma ci siamo già andati. A Nizza invece?”
“Perché poi Nizza?”
“A esser bella è bella. Poi stanno girando un film.”
“E allora?”
“Un vero capolavoro!”
“Ripeto, e allora?”
“Star-system a manetta!”
“Non m’interessa!”
“E allora non si esce.”
“E poi, scusa tanto: chi metterebbe la macchina?”
“Tu.”
“Certo, come no!”
“Tu hai proposto il lago.”
“Non Nizza!”
“Sai che differenza…”
“Trecento chilometri e passa di differenza.”
“Sempre a precisare, dio che pignolo! Prima per due euro, poi per qualche chilometro…”
“Vabbè, senti io vado. Qua è una caso disperato.”
“E dispendioso!”
“Anche! Quindi non mi frega, stai a casa, deprimiti , guardati film…”
“Andiamo a Nizza, dài!”
“No.”
“Dài.”
“NO.”

Nizza, due giorni dopo.

“Che film stanno girando, quindi?”
“Boh.”
“Come boh?”
“Che mi frega! Però c’è Christian Bale.”
“Aspetta: mi son sciroppato quattrocento chilometri, ho fatto ore di coda al confine, ho dovuto ascoltare, per tutto il viaggio, quella tua stramaledetta playlist francese… per chi? Per quel fottutissimo Christian Bale?”
“Per quel gran figo di Christian Bale!”
“Ok, ti ammazzo.”
“Non lo faresti mai.”
“Oh sì che lo faccio!”
“Nah, un ergastolo per un coglione come me…”
“Ci penserò.”
“Ehi…”
“Che c’è ancora?”
“Grazie, micione.”
“Sta’ zitto!”

Tre di spade

“Aspetta. Davvero?”
“Certo!”
“E chi te l’avrebbe detto?”
“Sai che ho i miei informatori.”
Peter inspirò prepotentemente il fumo dalla sua pipa, quella del bisnonno morto, quella che usava sul Carso.
“Dimmi chi te l’ha detto.”
“Dài, fidati e non fare ulteriori domande.”
Gustaav a stento ci credeva. Pensava di non vederlo mai più.
“E adesso?”
“Sei nella merda.”
Peter fece la sua solita smorfia terribilmente fastidiosa, da istrione navigato.
“Io devo sapere meglio… devo capire dove si trova…”
“E’ tornato, ora non conta sapere dove si sia stabilito e per quanto. Ti troverà. Abiti sempre qui.”
Sghignazzò, mentre Gustaav sudava freddo, con lo sguardo fisso nel vuoto.
“Dove cazzo vado? Cosa faccio?”
“Facciamo una partitella a carte!”
“Ti sembra il momento, Cristo?”
“E’sempre il momento di una bella partita a carte.”
“No, Pete, no. Io devo andare via da qui! Se mi trova mi uccide! Non avrà pietà! Saprà cosa ho fatto!”
“Magari ti ha perdonato…”
“Dici?” Gustaav lo guardò con speranza, ben sapendo quanto fosse vana e illusoria.
Peter inspirò nuovamente dall’elegante pipa lignea dell’avo defunto.
“Nah, col cazzo. Come potrebbe perdonarti? Dài, tira fuori le carte!”
“Ma porca miseria, Pete!”
“Senti, prima di assistere alla deprimente scena delle sevizie che a breve subirai posso crogiolarmi con il mio caro Gustaav in una rilassante partitella a carte? Eh, suvvia! Cos’hai da perdere?”
Gustaav non riusciva neanche più a trovare risposte. Solo, abbandonato da tutti. Anche dal suo presunto migliore amico, che pensava alla briscola invece che alla sua salvezza. Prese il mazzo, come un perfetto automa. Senza alcun spirito vitale nelle iridi.
Peter invece era tranquillo: sarà stata la pipa, la sua faccia tosta, il suo menefreghismo verso l’esistenza. Ne aveva vista Peter di merda nella sua vita, che senso aveva preoccuparsi dei problemi altrui? Mischiò le carte e cominciò a distribuirle.
“Si fa al meglio delle tre, ok?
Gustaav neanche sentì.
“Lo prendo come un sì. Vuoi alzare il mazzo?”
Zero risposte nuovamente.
“Vabbè, carta in tavola!”
Tre di spade.
Gustaav vide le sue carte. Non aveva niente. Proprio come in quegli ultimi momenti che lo separavano dalla fine.
“Allora? Ci muoviamo?”
Gustaaav alzò lo sguardo, come se avesse presagito qualcosa. Sentì il suono squillante del citofono.
“Eccolo…”
“Eh sì, vado ad aprire.”
“No! Fermo!”
“Gus… basta fare il bambino. Prenditi le tue responsabilità.”
Peter si alzò con una certa flemma e andò verso la porta, ancora con la pipa tra le labbra.
Gustaav rimase sulla sedia, impietrito. Era stato un errore. Solo quello. Una semplice parentesi estiva. Non lo sapeva che… e invece sì, sì che lo sapeva. E gli era piaciuto. Era stato bello farsi la ragazza del suo amichetto.
La porta si chiuse, senza essere sbattuta.
“Mark, che piacere rivederti!”
“Bella, Peter!”
Gustaav sentì che si avvicinavano alla cucina. Era bloccato. Non riusciva a escogitare nessun piano per fuggire da quella situazione.
Mark entrò. Vide Gustaav al tavolo. Lo vide impallidire. Si avvicinò, affabile, come un tempo.
“Ehi, bello! Come stiamo?”
“Bene… splendidamente bene!”
“Fantastico.”
Mark prese una sedia e appoggiò la giacca sullo schienale. Non si sedette e cominciò a gironzolare. Peter andò verso il piano cottura.
“Prendi un caffè, Mark?”
“Volentieri, caro.”
Gustaav non aveva ancora cambiato espressione. Sempre la solita, colossale faccia da beota.
“Allora, che mi raccontate ragazzuoli?”
“Beh, io a marzo comincio lo stage. Poi vedremo, intanto me la sciallo un po’.”
“Esami finiti?”
“Per il momento…” Peter sciacquava la moka, con il solito apparente disinteresse.
“E tu, Gus? Che mi dici?”
Gustaav deglutì rumorosamente.
“Eh, che ti devo dire Mark… solita vita.”
“Che noia… niente di nuovo?”
“No.”
“Esami?”
“Tanti.”
“Mannaggietta, Gus!”
Peter cominciò a mettere il caffè nella macchinetta. Lo faceva con una certa perizia, certosina.
“Non schiacciarlo, il caffè.”
“Mark, ma per chi cazzo mi hai preso?”
Lo stava per schiacciare, come sempre.
“Ragazzi, vi ricordate quando si viveva qui, tutti assieme? Che momenti, cazzo.”
“Ignoranza pura.”
“Gus, poi tu eri il re dei reietti. Ti ricordi quante bevute epocali?”
Gustaav guardava sotto il tavolo, come se qualcosa gli fosse sfuggito di mano.
“Son finiti quei tempi, Mark.”
“Già, siamo cambiati. I nostri rapporti son cambiati.”
Peter mise la moka sul fuoco e tornò al tavolo, accendendosi il tabacco.
“Non essere così melodrammatico, Mark! Sei solo partito per altri lidi. Ora sei di nuovo qui, tra noi. A proposito, perché sei tornato?”
Lo sguardo di Peter si fece malizioso, e subito puntò al malcapitato Gustaav, il quale rispose con un’occhiataccia. Mark si sedette, sereno.
“Perché, oltre a mancarmi e a volervi raccontare di quanto la vita in quel di Ginevra vada a gonfie vele, devo comunicarvi ciò: mi sposo.”
La moka cominciò a borbottare e a sbuffare. Nessuno se ne accorse.
“Ma non mi dire…” Peter si alzò immediatamente e diede un buffetto sul volto di Mark.
“Insomma, ti si lascia per un anno e tu decidi di rovinare la tua vita per sempre? Ma bravo, complimerda eh!”
Poi lo abbracciò. “Son contento, amico mio! Davvero! Chi è la fortunata?”
Gustaav non aveva ancor proferito parola. E l’espressione era sempre la medesima. Si accorse della moka, però.
“Peter, il caffè.”
Mark sorrise.
“Non ci crederai…”
“E’ una bella svizzerotta? Francofona? Bionda?”
“No no, ho detto che non ci crederai…”
“Peter, il caffè sta uscendo…”
“Slava! Ti sei preso una slava! Come me!”
“Ahahah, dài cazzone!”
“Oh, il caffè!”
“Gus, non rompere il cazzo! Alza il culo e toglilo dal fuoco!”
“Cristo, stai calmo…”
“Non hai capito che Mark si sposa? Si sposa! Dopo tutto quello che ha passato con quella puttana!”
Gustaav si fermò. La moka continuava a sbuffare,sempre più intensamente.
“Ehm… Peter. Proprio con lei mi sposo.”
“Cosa?!” l’aveva detto Gustaav. Mentre prendeva la moka, che inesorabilmente fece cadere rumorosamente.
“Madonna Gus! Avevo lavato stamattina!”
“Ti sposi con Miriam?”
“Sì, Gustaav. Mi sposo con la mia ex. Lo trovi strano?”
Il liquido scuro del caffè scorreva tra le piastrelle, poco prima lucide. Come lucido era lo sguardo di Gustaav.
“Vado a prendere il mocho.” Peter uscì dalla cucina, a passo svelto.
“Mark, io…”
“So cosa vuoi dirmi.”
“Scusami.”
“No, Gustaav. Non ti scuso. Non posso farlo.”
Gustaav annuì. Guardò i piedi fradici di caffè.
“Quando… quando l’hai saputo?”
“Me lo ha detto lei. E l’ho perdonata. Perché sapevo di provare qualcosa d’importante. Perché tanti anni trascorsi insieme non si dimenticano. E perché ha avuto la dignità di dirmelo.”
“E’ stata una sciocchezza…”
“Tre mesi. Una sciocchezza durata tre mesi. Subito dopo che ero partito, tra l’altro.”
“Sinceramente manco lo ricordo il tempo, anche perché…”
“Gustaav, son dovuto tornare io qui per sentire da te delle patetiche scuse. Neanche una chiamata, un messaggio!”
“Lo so. Non ne avevo il coraggio.”
“Perché sei un vigliacco, Gustaav. E ancora immaturo. Hai quasi trent’anni, dio mio! Vivi in una topaia, fuori corso da anni, lavoretti saltuari del cazzo… guardati. Cosa vuoi dalla vita? Che ci sia sempre qualcuno pronto ad aiutarti, a difenderti?”
“Mark, ti prego…”
“Peter lo sapeva?”
Proprio in quel momento Peter entrò con il mocho, infuocato come non mai, e si diresse col braccio teso verso Gustaav.
“Adesso, cazzo, prendi ‘sto mocho di merda e pulisci. Bene! Voglio specchiarmici in queste fottute piastrelle!”
“Dai, Pete, son cose che capitano. Gus ha la testa altrove, si vede! Vero, caro?”
Gustaav inzuppò il mocho. Era proprio vero. Non era stato altro che una semplice parentesi estiva.

“Mark è il passato. Ora ci sei tu. Non so per quanto, ma finché staremo bene insieme di cosa dobbiamo preoccuparci?”

E adesso? Di cosa si sarebbe dovuto preoccupare? Erano stati tre mesi di scopate, no? Ne era stato contento, giusto? O forse aveva pensato che sarebbe potuto diventare altro?
“Peter, vuoi essere il mio testimone?”
A Peter brillarono i vivaci occhi cerulei.
“Ma no! Davvero?”
“Sappi che il matrimonio si farà in luglio, hai tutto il tempo, amico.”
“Porca puttana, Mark! Sai che ti ciuccerei il cazzo seduta stante? Madonna, certo che voglio essere il tuo testimone!”
Il mocho veniva strizzato. Il liquido nerastro si mischiava al copioso detergente versato nel secchio. Pulizia e lordura.
“Gus, sei invitato anche tu. Se vuoi.”
Gustaav s’irrigidì. Poi si voltò di colpo. Guardò Mark, ancora una volta, dall’alto verso il basso.
“A luglio parto, Mark.”
“Ma davvero?” intervenne Peter divertito. “E dove andresti te?”
“Non lo so ancora, ma parto. Perché beh, guardatemi: ho quasi trent’anni, vivo in una topaia, fuori corso all’Uni… e non ho mai fatto niente. E non posso aspettare che siano sempre gli altri ad aiutarmi. Giusto?”
Mark sospirò. “Eccezionale…”
“Comunque felicitazioni per il grande evento. Vi manderò una bella lettera di auguri. Viva gli sposi! E che sia per sempre, stavolta, si spera.”
Mark si alzò all’improvviso, rovesciando la sedia e facendo cadere la giacca sul pavimento bagnato. Peter lo trattenne in tempo.
“Ehi, dài, calmo!”
“Tutto puoi fare, ma non prendermi per il culo, figlio di puttana!”
“Non ti sto prendendo per il culo. Lo dico sul serio! L’amore è una cosa me-ra-vi-glio-sa!”
Mark provò a districarsi, ma Peter riuscì a resistergli.
“Gus, finiscila!”
“Sta’ zitto, testimone! Era bello però far finta di niente al tempo, eh?”
“Lo sapevi, Peter? Lo sapevi?” Mark fulminò Peter, che ormai aveva allentato la presa. Abbassò il volto.
“Anche tu… anche tu.”
Mark riprese la giacca, ormai più che mai umida.
“Avevo ragione, i nostri rapporti son cambiati. Non ha più senso recuperare qualcosa. Non si può tornare indietro”.
La porta si chiuse, sbattendo violentemente. Peter e Gustaav rimasero in cucina, a distanza. L’odore del caffè era sempre più intenso e penetrante. Non si guardarono per un po’. Poi Peter si rimise al tavolo e prese le carte. Il tre di spade era ancora lì.
“Pulisci per bene e poi torna a giocare. Finiamola questa cazzo di partita.”

Bradamante

Lo sapeva. Sapeva quanto quella lama fosse liscia e tremenda, elegante e mortale, folgorante e impietosa. Sapeva quanto lei stessa fosse tutto ciò. Lo sapeva e voleva esserlo, anche se cercava in tutti i modi di celarsi agli occhi perturbanti del nemico. Cosa c’era allora di meglio che affondare il colpo, mascherare i desideri e fuggire dai sentimenti? Il vortice nero, profondo, oscuro, si apriva dinanzi a lei, oltre lo spuntone di roccia, tra le rumorose onde color pece che sconvolgevano quel sofferente mare.
Non doveva precipitare. Non doveva farsi trascinare dagli infernali moti circolari, dai venti foschi e ebbri di passione umana. Ora era lei a possedere lo scettro del comando, a capitanare l’abulica giostra, a strangolare le vivaci voragini che straziavano con delicata follia la sua coscienza.
Il corpo indebolito del cavaliere, straziato, ben rappresentava quelle incessanti battaglie che tanto provavano a distrarre gli uomini dall’amare, ma che inesorabilmente rendevano questi ultimi ancora più fragili alla beltà delle dolci sensazioni. Era lì, sotto le pungenti e ossute ginocchia della paladina, a respirare affannosamente, desideroso di poter esprimere ciò che mai era riuscito a confessare durante quei mesi di guerra fraterna e suicida. Il roboante liocorno, che tanto imperiosamente scalpitava tra le preziose e definite incisioni dell’elmo, era vermiglio e incredibilmente fragile, oramai pronto ad abbandonare al fatale destino il proprio padrone. La vorticosa danza delle spade aveva già stabilito atrocemente la fiera vincitrice del duello.
Piangeva, il cavaliere. Piangeva senza freno alcuno. La morte lo avrebbe allontanato per sempre dal suo reale obiettivo, così paradossalmente vicino. Il sangue dissetava la sua ardimentosa bocca, che ben altro nobile sapore avrebbe voluto assaggiare.
La lama lucida rifletteva con grazia il candore dei fulgidi raggi lunari, illuminando la scena come su un palcoscenico di una tragedia gotica, e lentamente s’avvicinava a destare il colpo decisivo.
Bradamante lo sapeva. Sapeva cosa provava. Sapeva cosa doveva fermare. Lo scorrere di quelle disgraziate correnti non poteva essere permesso tra i lucidi flutti della sua esistenza così prepotentemente ribelle. Ricordava in quei drammatici istanti la sua infanzia, l’odio verso le condizioni in cui era vissuta all’ombra delle prepotenze, le limitazioni dovute al suo essere “diversa”, create da quella cultura dominante così cieca e muta verso la Natura, la vera regina e assoluta dominatrice del mondo. Aveva sempre desiderato rovesciare le gerarchie, Bradamante; e adesso, sì, poteva farlo, orgogliosamente. Impugnò con vigore il ferro scintillante, pronta a violare gli aristocratici intarsi moreschi che sconvolgevano di eccelsa e avida esuberanza la corazza del cavaliere. La rivalsa, dopo anni sconvolti dalla fuga dalla sottomissione, passava per quella decisa azione di morte. Morte che inesorabilmente provava anche nel suo animo. Periva l’infuocato desiderio. Il ghiaccio avrebbe ricoperto le pareti dell’eccitato cuore, rendendolo un austero monumento funebre.
Improvvisamente le vide: le labbra del cavaliere, intente a muoversi, a cercare un’ultima coraggiosa e disperata impresa, scioglievano l’imperversare al suo interno di quel glaciale soffio funesto. Quel delicato e agonizzante movimento le faceva riaffiorare l’inaccettabile e dolcissimo sentire, fino a quel momento sconosciuto.
Ecco apparire immagini nuove nella fervida mente, prive di qualsiasi furioso intento, offuscate dalla luce della magnifica Dea che con beffarda leggerezza domina l’impetuoso mondo dei sentimenti e delle passioni. L’odore ferrigno delle armature e del copioso cruore che scorreva impietoso dalle ferite si confondeva con una fragranza agrodolce, speziata, come i rubicondi vini della Trinacria.
Bradamante aveva gli occhi lucidi, curiosi, speranzosi: quelle enormi iridi di castagno trasmettevano un caloroso cenno di benvenuto allo straniero infedele, tremendamente magnifico.
Se ne accorse il cavaliere: intravide in quello sguardo l’infuocato dardo amoroso. Ce l’aveva fatta. L’aveva trafitta con l’arma più potente che possedeva.
Sentì le forze venir sempre meno, ma doveva salutarla. Doveva dedicare i suoi ultimi momenti all’armata musa che aveva reso soavi gli interminabili mesi di lotte sanguinarie. Alzò leggermente il capo, appesantito dall’elmo frantumato. Cercava lei, cercava quelle labbra.
Bradamante era immobile. Nessun movimento proveniva dal suo corpo. Non era in grado di reagire.
Il cavaliere moro diede un ultimo scossone, decisivo per raggiungere il volto dell’amata nemica cristiana. I due giovani combattenti erano sempre più vicini, le profondità degli animi venivano lentamente scoperte da entrambi, attraverso i sensuali respiri.
Fu allora che Bradamante venne sconvolta da un incontrollabile fremito. Strinse l’impugnatura. Il braccio disegnò nell’aria notturna un’immaginaria mezzaluna. Affondò la lama nella morbida carne ambrata.
Fontana scarlatta. Vide per l’ultima volta quegli occhi, verdi come le raffinate maioliche fiorentine, luminosi come le intriganti ossidiane di Pantelleria.
Un’ultima lacrima.

Damnatio Memoriae

Una visita, niente di più. Cosa poteva mai costarle? Sicuramente era un gesto gentile che lui avrebbe apprezzato. L’avrebbe ringraziata, giustamente.
Certo, vederlo in quelle condizioni non era proprio ciò che avrebbe desiderato! Però andava fatto, lo sapeva. Una specie di convenzione sociale da rispettare. Altrimenti, in caso contrario, chissà quali sarebbero stati i commenti dei loro “amici”! Già se li immaginava e rabbrividiva. Dover affrontare il parere degli altri è sempre arduo. E lei, sinceramente, in quel momento della sua vita, non ne aveva voglia. Tutto procedeva meravigliosamente, perché rovinare ciò?
I problemi vanno evitati, bisogna fuggire da essi; affrontarli è una totale perdita di tempo. E per lei il tempo era prezioso, molto.
Camminava svelta attraverso i corridoi bianchi e lisci dell’ospedale. Il rumore dei tacchi frantumava l’ovattata atmosfera di attesa presente in quel luogo. Il suo incedere era talmente rapido che le sembrava di essere in aeroporto, come se il volo per la meta dei suoi sogni fosse in imminente partenza e i minuti scorressero inesorabilmente. Nessun annuncio però, nessuna valigia da portare con sé. Nessun  ricordo da esportare. L’espressione sul volto era comunque sempre la stessa, caratterizzata dall’affascinante noncuranza verso quel mondo che incessantemente girava attorno a lei.
Come era girata la testa di lui. D’altronde quando una trottola viene lanciata prima o poi, per fermarsi, deve cadere. E lui era caduto.
Era completamente impazzito. Capita quando tutto va storto, ma è la naturale conseguenza di chi è debole, privo di forza di volontà, insicuro.
Lei no. Lei era sicura, adesso. Come non lo era mai stata. Finalmente.
Mancavano pochi minuti al termine dell’orario di visita. Meglio così, un saluto rapido. Lo trovò lì, marmoreo sul lettino. Muoveva i cangianti occhi nervosamente, come se questi rispecchiassero il volere degli arti, impossibilitati di compiacersi del loro naturale dinamismo. La bocca, almeno, era sciolta dai vincoli delle fasciature che ricoprivano orribilmente tutto il corpo deforme.
Era stato fortunato, comunque. Precipitare dal terzo piano e avere ancora la possibilità di raccontare è un vero e proprio miracolo!
Appena lui la vide fu come colto da un’epifania. Era venuta a trovarlo. Nonostante il colpo tremendo non l’aveva dimenticata.

“Sei… sei qui. Per me.”. La voce era rauca, ma incredibilmente intensa e ammaliante.
La smorfia di lei fu breve e impercettibile.
“E per chi dovrei essere venuta, scusa?”
Amava le domande retoriche. Le concedevano un senso di superiorità.
Lui era ancora incredulo, emozionato come la prima volta che l’aveva vista.

“Grazie, grazie davvero!”
“Ti è andata bene!”
“Beh, insomma…
“Dài, a breve ti rimetti! Però mi raccomando, eh! Basta con queste follie! Non vorrei mai che…”
“Come è andato l’esame, alla fine?”
Improvvisamente il volto di lei, già chiaro, impallidì. Tutti le avevano detto che era stato colto da una parziale amnesia. Perché le aveva fatto quella domanda?
“Quale esame, di grazia?”
“Quello che abbiamo preparato insieme! Spero sia andato bene! Anzi, sicuramente sarà andato alla grande, come sempre.”
Il tempo si era fermato. Quel maledetto orario di visita non terminava! Doveva andarsene. Per non soffrire. Per non affrontare il problema.

“Sì, l’esame è andato bene. Come ogni esame che preparo… da sola. Però, che dire! Hai preso proprio una bella botta, eh?”
Lo sguardo di lui cominciava a smarrire sicurezza, a tornare nelle tenebre
dell’oblio.

“Non capisco…”
“Infatti! Un trauma piuttosto forte, me l’ha detto l’infermiera…”
“Sai” – disse interrompendo il discorso di lei – “ieri pensavo al nostro viaggio a Berlino. Che bel week-end, vero?”
Non poteva restare lì. Non sarebbe proprio dovuta andarci, cazzo! Sarebbe stato meglio affrontare le discussioni infuocate delle malelingue.

“Quale viaggio a Berlino?”
“Ma come? A Pasqua! Non ricordi?”
L’imbarazzo di lei si trasformò in una sfacciata sicurezza, generando una risposta istrionica:
“Beh, credo di non essere io quella immobilizzata su un lettino con i postumi di una commozione cerebrale! Certo che ricordo… e no, non siamo mai andati a Berlino, io e te.”

Il lettino tremò, come se gli arti immobilizzati dalle gravi fratture fossero stati violentemente scossi da un fremito elettrico. Dalla bocca di lui uscì una specie di infantile vagito.  Lei arretrò per un attimo, leggermente intimorita.

“Ehi, non fare movimenti improvvisi!”
“Come se potessi davvero muovermi! Cristo… è terribile questo mal di testa.”
“Devi riposare, pensare solo a quello. Dormire.”
“Non mi va di dormire! Spesso mi sveglio ancora più confuso.”
“E’ normale i primi giorni, tranquillo.”
Cercò per un attimo di accarezzarlo, ma immediatamente ritrasse la mano. Non era il caso.
“Beh, sta per terminare il tempo delle visite… mi sa che adesso devo andare, per forza! Mi ha fatto piacere rivederti, nonostante le circostanze non siano proprio le migliori, insomma!”. Le partì una risata, nervosa, di cui si vergognò immediatamente.
“Angelica?”
“Dimmi tutto.”
“Vorrei darti una cosa prima che tu te ne vada. La trovi sul comodino, qui, accanto a me.”
Anche il regalo! Ci mancava solo questo. E lei manco glielo aveva portato. Che situazione paradossale.
“Oh, grazie. E di che si tratta?”
“Guarda pure.”
Sul comodino trovò una foto. Vi era la fontana di Alexanderplatz sullo sfondo. In primo piano lui.
“Quindi? Mi regali una tua foto?”
“E’ stata scattata a Berlino.”
“Ah sì?”
“Quella è Alexanderplatz.”
“Non conosco Berlino, quindi…”
“Chi me l’ha scattata, Angelica?”
Per un attimo i due sguardi s’incrociarono. Entrambi confusi, ma consapevoli. Incerti, come in passato, eppure consci del dolore.
“Devo andare. Riprenditi al più presto.”
Uscì dalla stanza, velocemente, senza neanche voltarsi. Non desiderava continuare a vedere quegli occhi gonfi di sangue e sofferenza. Non voleva che lui guardasse i suoi.
Mentre s’inoltrava tra i corridoi alla ricerca del salvifico esterno, si accorse che aveva ancora quella foto in mano. Si fermò un istante a osservarla. E a ricordare.
Alexanderplatz. Il sabato prima di Pasqua. La chitarra di un giovane artista dalla voce soave e rassicurante. Il vento gelido che le disordinava la bionda acconciatura, i capelli sottili sul volto. Una mano calda sulla sua, in quella fredda giornata primaverile.
Lui. Le sorrideva. Lei no, non ricambiava. Perché non si sentiva libera, felice. Non lo era, purtroppo.

Strappò la foto.
Si può dimenticare. Basta volerlo.